Ricevere in regalo una copia di Kendo – Introduzione alla pratica di Kanzaki Hiroshi [Ponchiroli Editore, 2011] è stata per me una sorpresa inaspettata e preziosa. Me l’ha donata un compagno di dojo dopo un allenamento, quasi con noncuranza, dicendomi solo: “Tienilo, è difficile trovarlo ormai”. E in effetti lo è: questo libro è diventato piuttosto raro, e tenerlo tra le mani dà subito la sensazione di avere qualcosa di speciale.
Da praticante inesperto, ho trovato il volume estremamente accessibile e allo stesso tempo ricco di contenuti. La prima cosa che colpisce è proprio l’oggetto libro: il formato è grande, arioso, piacevole da sfogliare. Non è uno di quei manuali tecnici densi e austeri; al contrario invita a fermarsi sulle pagine, a osservare, a riflettere.
Un elemento che ho apprezzato particolarmente sono le fotografie, davvero bellissime. Non si tratta di semplici immagini illustrative: trasmettono movimento, postura, spirito. Sapere che sono state realizzate da un eccellente maestro italiano di kendo (Leonardo Brivio) rende il tutto ancora più significativo, perché si percepisce uno sguardo competente, interno alla pratica. Ogni immagine sembra catturare quel momento preciso in cui tecnica e intenzione coincidono.
Dal punto di vista tecnico, il libro è sorprendentemente chiaro. Le spiegazioni sono essenziali ma precise, e accompagnano bene lo studio dei fondamentali: kamae, tagli, spostamenti, distanza. Anche per chi, come me, ha già qualche anno di pratica alle spalle ma continua a sentirsi un principiante, le indicazioni risultano utili per rimettere ordine nei dettagli e ritornare alla base.
Tuttavia ciò che mi ha colpito di più non è stata soltanto la parte tecnica. In molte pagine emerge con forza quella dimensione del kendo che spesso si percepisce in dojo ma che non sempre è facile esprimere a parole: la crescita interiore. Kanzaki Sensei riesce a ricordare continuamente che il kendo non è soltanto un insieme di movimenti corretti, ma un percorso di formazione personale. Disciplina, attenzione, rispetto, capacità di osservare sè stessi: sono aspetti che attraversano il testo in modo naturale, senza retorica.
Leggendo alcune parti mi è sembrato di ritrovare sensazioni familiari: quei momenti durante l’allenamento in cui capisci che il lavoro non riguarda solo il colpo o il tempo giusto, ma il modo in cui ti presenti di fronte all’avversario, e in fondo anche davanti a te stesso.
Per questo motivo considero questo libro più di un semplice manuale. È un compagno di pratica che si può riprendere in mano di tanto in tanto, magari dopo un allenamento difficile o prima di un esame di grado, per ritrovare il senso del percorso.
E forse il valore più grande, per me, resta proprio il modo in cui è arrivato: come un passaggio tra compagni di dojo. Un piccolo gesto che riflette perfettamente lo spirito del kendo.

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