Non è mai abbastanza il tempo che passiamo a riflettere sulle motivazioni che ci spingono a praticare kendo e ad approfondire ciò che è fondamentale quando ci approcciamo a questa disciplina. Credo sia questo il senso delle lezioni teoriche tenute da Kanzaki Sensei Il 28 febbraio e il 1 marzo 2026, a Brescia.
Proviamo qui a riassumere (in due puntate, vista la complessità e la varietà degli argomenti) quella che è stata la parte teorica dello stage.
L’importanza dello studio ‘reale’
Il primo giorno, il seminario è iniziato con una riflessione molto attuale. Oggi, grazie a internet e a piattaforme come YouTube, i giovani praticanti hanno a disposizione enormi possibilità di studio “visivo”: questo ha di certo innalzato notevolmente il livello tecnico generale. Eppure, questo studio “virtuale” porta con sé delle grosse lacune. Un antico detto giapponese ricorda che incrociare le spade e scambiare esperienze significhi, prima di tutto, vivere uno scambio emotivo e di conoscenza. Il Kendo richiede una presenza fisica: le emozioni, la tensione e la connessione profonda possono nascere solo quando ci si trova fisicamente di fronte ad una altra persona.
“Vorrei parlare un attimo della storia del Kendo…”
Per comprendere appieno il Kendo moderno, è necessario guardare alle sue radici.
Tra il 1600 e il 1868 il Giappone ha vissuto quasi trecento anni di pace. In questo lungo periodo non c’era modo di applicare nella quotidianità l’uso delle tecniche di guerra. È qui che si intraprende un radicale cambio di direzione. Quello che prima era lo studio delle tecniche volte solamente alla sopraffazione dell’altro in questi trecento anni si è trasformato in una filosofia, in un modo di vivere: la spada ha smesso di essere un’arma con cui ci si poteva permettere di fare qualsiasi cosa pur di vincere una battaglia; da strumento di offesa è gradualmente trasformato in mezzo per intraprendere un percorso interiore.
Uno dei fondatori del Kendo moderno, il Maestro Sasaburo Takano, operò proprio in questo delicato periodo di transizione tra l’epoca Edo e l’epoca Meiji. Fu in quel frangente che si cominciò a rendere la pratica più sicura introducendo l’uso dell’armatura e della shinai. Inoltre lo studio di queste arti – fino a quel momento riservato solo alla classe dei samurai – cominciò ad aprirsi alle persone comuni. Il Kendo moderno comincia così a fare il suo ingresso nelle scuole, nella polizia, nei dojo richiedendo un’omologazione necessaria per poter essere insegnato a grandi numeri di persone. In questo modo si è arrivati alla necessità di codificare un metodo di insegnamento unico incentrato su quattro soli bersagli specifici.
L’equazione del miglioramento personale.
Il centro dell’intervento di Kanzaki si è orientato poi su quella che è la sua personale interpretazione di questa disciplina. Una vera e propria ‘equazione’ che sostiene l’unione tra la formazione di un corpo sano e l’allenamento spirituale: forza fisica + training spirituale = perfezionamento della persona.
Dal lato fisico, la pratica costante di fondamentali come ad esempio l’ashisabaki (il lavoro di gambe) e la corretta ‘manipolazione’ dello shinai costruisce la nostra resistenza e la nostra tecnica. Ma non basta: è l’aspetto interiore a dare un senso a tutto questo.
Il percorso spirituale inizia dai gesti più semplici e ruota principalmente intorno a tre cardini principali:
- Fare ogni cosa in maniera corretta: a partire dal saluto (Reiho, che non è mai solo una pura formalità) fino ad ogni piccolo movimento ogni cosa che facciamo esprime il nostro approccio nei confronti della pratica.
- Riflettere sempre su sé stessi: bisogna sempre continuare a farsi delle domande:
“Perché non mi riesce una cosa?”, “Come posso fare quest’altra cosa?”. Non è possibile progredire se non prendiamo l’abitudine di porre delle domande a noi stessi e di riflettere costantemente sui nostri errori. Non importa la velocità con cui si raggiungeranno i risultati, ognuno ha i suoi tempi.
- Rispettare le regole: l’assoluto mantenimento delle regole che ci sono all’interno di un dojo, delle gerarchie, dei rapporti è una condizione essenziale per crescere e per ‘forgiare’ la propria capacità di rispettare gli altri e se stessi. In un dojo si cresce all’interno dei rapporti e delle dinamiche che questi rapporti comportano. Quello Maestro-Allievo non è solo una dicotomia ‘retorica’ ma un vero e proprio territorio dove esplorare la propria capacità di accettare l’insegnamento senza resistenze.
Solo quando questi due mondi – quello fisico e quello spirituale – si incontrano, si può raggiungere un miglioramento dell’interezza della persona. Vincere uno shiai o passare un esame è gratificante, ma senza la ricerca di questo miglioramento interiore, il Kendo perderebbe il suo significato più autentico.
“Se manca lo scopo di un miglioramento interiore della persona, tutto quello che facciamo sarebbe da evitare. Il Kendo, senza questo, non è qualcosa di buono”.
I tre metodi di allenamento e il ruolo vitale dei Kata
Per realizzare questa crescita, il Kendo si affida a tre metodi di allenamento strettamente collegati. Tutto ha origine dai Kendo Kata, che rappresentano l’iniziazione alla tecnica tradizionale con il bokuto. I Kata non sono semplici forme da imparare a memoria per superare un esame, ma un momento di pulizia profonda. Non essendoci l’impatto reale e caotico dello shinai, ci permettono di studiare l’opportunità, la distanza corretta, il seme e il tame, levigando via ogni movimento inutile. Ci insegnano l’atteggiamento mentale e il rispetto profondo tra chi insegna (Uchitachi) e chi apprende (Shitachi).
Questa pulizia interiore e posturale si riversa poi nel lavoro massiccio con l’armatura e la shinai (Kihon e Uchikomi), dove la tecnica viene messa alla prova nello sforzo fisico. Infine, si arriva allo Shiai o all’esame, che non è altro che un momento di verifica. Serve a testare se l’allenamento ha portato i suoi frutti. Da lì, il ciclo ricomincia: dalla verifica si torna all’allenamento di base e allo studio dei Kata, in un percorso infinito di riflessione sui propri errori.
Non importa quanto ci voglia per cambiare e per concludere questi cicli: ciò che conta è fare della propria crescita personale la priorità assoluta di ogni keiko.

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