Mentre mi preparavo per l’esame di 2° Dan, nelle ultime settimane prima della data stabilita stavo leggendo l’arte di correre di Murakami Haruki. È un libro che con il Kendo non c’entra niente se non per il fatto che l’autore è giapponese ma, ovviamente questo non ha alcun significato. Quando vai a fare un esame, quello che conta è tutto il percorso che hai fatto per arrivare lì e non quello che fai negli ultimi giorni. E su questo non ci piove. Tuttavia, nel libro di Murakami si parla della sua passione per la corsa, del suo bisogno di correre, delle maratone, della determinazione che occorre per arrivare fino al traguardo, della consapevolezza dei propri limiti così come delle proprie possibilità. 

L'Arte di Correre - Haruki Murakami

Ecco, quello che ho pensato mentre leggevo le sue riflessioni è che preparare un esame di Kendo, ad un certo punto, è un po’ come cominciare a correre una maratona. La partenza verso la copertura di questa distanza comincia quando meno te lo aspetti. Quasi non te ne accorgi, ma c’è un momento ben preciso a partire dal quale con la testa devi essere lì. E ci devi rimanere, giorno dopo giorno, allenamento dopo allenamento, seminario dopo seminario, per mesi interi, fino ad arrivare ai giorni prima, al giorno stesso in cui l’unico pensiero non è tanto l’esame, ma il Kendo in sé. Non so se è così per tutti, probabilmente no. Sono sicuro che ci siano persone che vivono lo spazio che li separa da questa tappa diversamente e magari ottengono anche risultati migliori. Per me l’esame di secondo dan è stato così. O, per lo meno è stato così quello che ho superato visto che le prime due volte che l’ho provato non sono riuscito ad ottenere il risultato che speravo.

Quando ho cominciato a fare Kendo, alcuni anni fa, mi ero ripromesso che l’unico fine avrebbe dovuto essere la pratica. Mi importavano poco esami e gare, non ne volevo neanche sentire parlare. Con il passare del tempo ho cambiato atteggiamento e ho cominciato a sentire la necessità di avere – prima di tutto con me stesso – dei momenti di verifica e degli obiettivi che mi aiutassero a capire se e quanto davvero stessi crescendo in quella cosa.

Fare un esame serve a metterci dei dubbi, a farci delle domande, a riflettere su ciò su cui non lavoriamo abbastanza. Non passarli è dura, non c’è che dire, perché ci mette di fronte al fatto che avevamo una percezione sbagliata di noi stessi. Da quando non l’ho superato la prima volta fino al terzo tentativo sono in qualche modo riuscito a farmi un’idea di cosa non andasse. Non so se sulle lacune ci ho lavorato davvero abbastanza, ma sono sicuro che nel frattempo è scattato qualcosa che mi ha reso diverso, più incline a comprendere il fallimento e a viverlo come esperienza costruttiva e formativa (ho scoperto poi successivamente che la gratificazione per un successo, dopo diversi fallimenti è direttamente proporzionalmente a quante volte sei ‘caduto’ perché si somma la soddisfazione di esserti rialzato, di non aver mollato, di aver compreso gli errori, di aver continuato a guardare avanti verso quel traguardo).

Parlavo quindi del pensiero del Kendo in sé.

Questa volta sono andato da solo. Andare a fare i seminari insieme agli altri è molto divertente. E sebbene per la prima volta mi spostassi senza compagni di dojo, ho pensato che forse avrebbe potuto essere una opportunità o, quanto meno, un’esperienza nuova. Di fatto, così è stato. È raro poter passare dei giorni concentrati su un’unica cosa. Siamo sempre così tempestati di input, distrazioni, sollecitazioni, richieste, che si fa davvero fatica a rimanere soli con sé stessi e con un unico pensiero.

L’esame sarebbe stato domenica. Venerdì mattina sono andato in ufficio ma ho cercato di cominciare a rallentare, di svuotare la mente, di sistemare e rimandare a lunedì tutto ciò che avrebbe potuto distogliermi dai miei pensieri sul Kendo in sé. Al pomeriggio sono partito. Quando ho un impegno (lo faccio di solito nelle occasioni di lavoro) mi piace arrivare nei posti con largo anticipo, non trafelato, godermi lo spostamento, lo spazio e il tempo che mi separano dall’appuntamento in questione. E così, accompagnato da una compilation (una volta non si diceva così?) di avvolgenti jazz ballads degli anni ‘60 sono arrivato a Verona in una calda sera di inizio aprile.

Ho preso una camera da solo, ho cenato da solo e ho continuato a leggere Murakami: … è soltanto con l’esperienza che si arriva a stabilire il limite estremo.

Nei mesi in cui ho corso la mia maratona verso l’esame mi sono chiesto spesso quale fosse il limite che il mio corpo e la mia età mi imponessero. E quanto questa soglia fosse realmente un problema fisico o piuttosto un paletto imposto dalla mia testa. Si, lo scopri solo con la pratica: provando a spingerti sempre un pò oltre, sfidando i dolori fisici, la mancanza di fiato, l’usura che inevitabilmente ad un certo punto della vita interviene su ogni tendine muscolo o giuntura che ci portiamo addosso.

La testa invece è un’altra cosa. Di mio, tenderei a risparmiare. Ma per fortuna mi alleno con delle persone che sono in grado di farmi uscire da questa modalità e fare cose che mai avrei pensato possibili.

Prima di addormentarmi e di puntare la sveglia per arrivare al seminario con un certo anticipo guardo il foglio con le informazioni dell’evento. Luogo: Centro Congressi Istituto Salesiano San Zeno, Via Don Giovanni Minzoni 50. Data/Orari: Sabato 11 Aprile 2026 – 15.30 – 18.30 Seminario. 15.30? ma non era alle 9.30??? Guardo e riguardo il foglio come se scrollando il pdf su e giù le informazioni potessero cambiare e sono sempre più stupito di scoprire ogni volta che l’orario di inizio è proprio le 15.30.

Fino ad oggi tutti i seminari a cui ho partecipato, anche quelli finalizzati alla preparazione degli esami sono sempre cominciati al mattino. Quindi avevo dato praticamente per scontato che anche questa volta sarebbe stato così. Il primo pensiero è stato che avrei potuto risparmiare una notte in albergo, una cena solitaria, un giorno di noleggio auto. Però perché? Forse tutto potrebbe comunque essere altrettanto perfetto.

Posso svegliarmi con calma, andare a cercare un posto dove fare colazione, fare un giro in centro, mangiare qualcosa senza fretta e poi andare verso la struttura intorno alle 14. Tutto sommato un fuori programma non così male.

E così sia.

Al mattino, appena sveglio, penso che sarebbe bello camminare in un parco o per i vicoli antichi della città e continuare a pensare al Kendo in sé, o a quelle piccole cose che mi sono prefisso di migliorare: il movimento delle gambe, lo spostamento del corpo, quei kotè a cui non mi sento ancora così incline. 

Mi avvio verso i Giardini Canestrari, parcheggio la macchina sul Lungadige Cangrande.

È una bella giornata di sole. Il fiume in questa zona lascia scoperte delle spiaggette di sassi levigati. Mi fa venire voglia di mettermi a leggere al caldo del sole davanti allo scorrere tranquillo dell’acqua dolce. Ma non ho portato con me il libro Murakami.

Attraverso il ponte di Castelvecchio verso il centro con il pensiero di infilarmi in qualche libreria e poi in un bar a fare colazione. Sbuco su Corso Castelvecchio e imbocco via Roma. Dopo neanche un centinaio di metri, inaspettata sulla mia destra la vetrina del Libraccio.

Entro deciso e comincio a guardare dal basso verso l’alto gli enormi scaffali che arrivano fino al soffitto, ma senza in realtà soffermarmi su niente. In un angolo una piccola scala conduce al piano inferiore. Di solito le cose che mi interessano sono nascoste da qualche parte. Scendo. Le targhette agli scaffali segnalano letture un po’ più settoriali: storia italiana, psicologia, religioni… Giappone. È inutile girarci intorno, tanto lo so che sto cercando qualcosa di giapponese da leggere. È come se ne avessi bisogno, per proteggere il mio pensiero del Kendo in sé.

Come al solito poche cose e sempre le stesse, i soliti libri: storie di samurai, qualcosa sul budo, Marie Kondo che ci vuole riordinare la vita, ikigai in tutte le salse… però, ad un certo punto, Laura Imai Messina! Wa. La via giapponese dell’armonia. 72 parole…

Wa. La via giapponese all'armonia - Laura Imai Messina

Di recente ho letto di lei Le vite nascoste dei colori e sono rimasto colpito dalla sua capacità di spiegare i significati dei Kanji e la poesia che spesso si nasconde fra gli intrecci dei vari pezzettini di cui sono composti. È qualche anno che tento (invero con scarsi risultati) di studiare la scrittura giapponese. Ed è un po’ che mi frulla nella testa l’idea di creare sul nostro blog una sezione intitolata Glossario, dove andare ad approfondire ad una ad una le parole che usiamo (a volte pedissequamente) nel Kendo e di cui non sempre cogliamo a fondo il significato. È quello che Laura Imai Messina fa in questo libro. Attraverso 72 parole (una per ogni ‘tempo’ dell’antico calendario giapponese) cerca di spiegare Wa 和 ovvero il Giappone e l’armonia. Non ho dubbi, devo prenderlo! Pago, esco e imbocco la strada a destra, controcorrente rispetto ad una fiumana di turisti che probabilmente va verso il Castello. Sbuco nella piazza dell’arena, invasa di gente. Penso che sia inutile cercare un bar qui, devo allontanarmi dai punti di interesse delle mandrie al pascolo monumentale. Mi infilo nel primo vicoletto che trovo e immagino di riavvicinarmi al ponte che mi riporterà all’idea di leggere davanti al fiume.

Attraverso di nuovo Corso Castelvecchio e intravedo poco più in là un bar che sembra abbastanza defilato e tranquillo. Qualcuno occupa i pochi tavolini che sono sul marciapiede. All’interno non c’è nessuno. Prendo una dolce, un caffè e mi siedo su uno sgabello alto per cominciare a sfogliare il mio nuovo amico del mattino.

Tramite Wa il Giappone ci insegna la sua più grande lezione: che la bellezza, la gioia, il senso civico, si costruiscono con grande impegno, attraverso un lavoro continuo su sè stessi, imparando la pazienza, facendo le cose con cura e mai a discapito degli altri […]

Negli ultimi mesi ho lavorato sulla mia tecnica, ho cercato di migliorare i miei colpi. Ma quanto ho lavorato su me stesso? Quando impegno sono riuscito a mettere veramente nella costruzione di quel me che voglio essere?

Non so dirlo, però mi sento in armonia con questa giornata di sole, con l’imperfezione delle cose, con questi pensieri che collegano fra di loro cose belle.

Torno all’idea di leggere in riva al fiume. Esco dal bar e mi dirigo di nuovo verso il ponte che attraverso cercando di contrastare il flusso di gente. Con lo sguardo cerco una panchina vuota, possibilmente al sole. Nonostante sia a pochi passi dal centro, questi Giardini non sembrano essere pastura di turisti e i pochi avventori sembrano per lo più indigeni.

Trovo posto davanti al sentiero che porta verso la spiaggetta di sassi e mi metto a sfogliare il libo in maniera casuale in cerca di parole che possano servirmi a rimanere in quella sensazione di sospensione dalla realtà che mi sta avvolgendo.

A pag. 192 mi imbatto nella parola kata 型 o la forma delle cose. Il paragrafo comincia in questo modo: “Così come si dice che ci sia un posto per ogni cosa, in giapponese c’è per ogni cosa anche una forma”. Forse ci fermiamo troppo poco a guardare dall’esterno qual è la nostra forma, come ci modelliamo a seconda delle situazioni, il modello di scatola che riempiamo di pensieri e parole. Nei giorni scorsi praticando i primi 7 Kendo Kata mi è sembrato che ogni gesto sia parte della costruzione di un disegno che non prevede improvvisazione. Perché l’improvvisazione è rottura degli schemi e gli schemi, per poterli rompere, bisogna conoscerli alla perfezione. Da ragazzino quando dipingevo rompevo le figure perché non sapevo disegnarle. Il Kendo mi ha fatto capire che non c’è una strada breve per raggiungere un risultato, ma ogni passo è la base e la solidità del seguente.

Mi sembra di stare prendendo la forma del sole e dell’acqua che mi scorre davanti. Potrei stare qui per sempre a cercare di essere il suono di parole affascinanti, ad assorbire significati universali, a pensare, ad occhi chiusi, quanta pace ci può essere in un momento trovato per caso.

Ma è ora di muoversi. La palestra mi aspetta.

Quando arrivo, all’Istituto Salesiano non c’è ancora nessuno e non si capisce bene dove andare. Dopo qualche minuto, incontro alcuni amici di Milano e ci mettiamo a cercare in giro per questa grande struttura il luogo di pratica. È un posto molto accogliente, dappertutto si respira silenzio e cura. Attraversiamo un viale sterrato, dei campetti di calcio e troviamo la palestra. Incontro Daniel che mi accoglie con calore. Sono contento che ci sei, gli dico. Negli spogliatoi non c’è ancora nessuno. Mi piace arrivare per primo e vedere i luoghi ancora vuoti, quando sono ancora aria a riposo. Entro, scelgo un angolo, appoggio le cose, apro la borsa e do seguito all’inizio di un rito che comincia qui, ogni volta.

Anche la palestra è ancora vuota, saluto quelli che conosco e sistemo il mio bogu lungo la linea del campo. L’attesa dell’inizio dell’allenamento è uno spazio che si riempie, uno stringersi, un diluirsi nello spazio degli altri, un lento diventare gruppo, insieme, all’interno del quale, come in una grande matrice, costruire un rapporto uno a molti. Sei uno, ma sei anche quei cento che si allenano intorno e con ognuno di loro ci sarà uno scambio, un incontro di shin (mente-cuore) e, per qualche ora, tu sarai un po’ loro e loro saranno un po’ te.

Walter, che dirige l’allenamento, ci mostra un Kendo leggero, elegante, rigoroso e morbido allo stesso tempo. Infonde equilibrio e distensione quasi come se ogni azione non richiedesse alcuno sforzo ma fosse il risultato soltanto di uno spostamento d’aria.

A sera evito di andare fuori, mi piace rimanere in silenzio e continuare a coltivare quel pensiero di wa. Mangio qualcosa in camera, leggo Murakami, guardo le luci dell’autostrada che taglia la periferia su cui affaccio. Di notte ha qualcosa di enigmatico. Dormo.

Il giorno di un esame è uno spazio sospeso, c’è un prima e ti metti davanti a un dopo. Sai che quel dopo potrebbe diventare un oltre oppure semplicemente tornare ad essere un altro nuovo prima che comincerà a dilatarsi e a restringersi ancora fino alla prova successiva.

Faccio colazione e cerco di concentrarmi su ogni movimento, di viverlo appieno, senza pensare ad altro. Arrivo in palestra anche oggi abbastanza presto e faccio in modo di parlare il meno possibile, di ascoltare e assorbire l’energia che c’è intorno.

Durante l’allenamento penso al corpo, a quelli che so essere i miei limiti, cerco costantemente di spingerlo avanti prima di ogni altra cosa, prima della spada, prima delle braccia, prima di colpire, prima del pensiero e del pensare. Sento finalmente che non mi segue: è già davanti a me, precede sufficientemente l’idea di cosa fare, ha una sua idea dell’azione. Sento che i colpi acquistano consapevolezza e precisione. Anche i kote finalmente non sono più così stentati e indecisi. Sento che tutto ciò che ho fatto fin ora si mescola e si unisce bene. Mi diverto. Forse anche questo è wa, il tenere l’equilibrio fra ciò che fai e ciò che sei e gustarsi il piacere di questa insolita armonia.

Alle 13.45 prendo il numero 204. Tolgo lo zekken dal tare e sono solo una cifra anonima in mezzo ad altre. Non mi dispiace, non ho un buon rapporto con il mio cognome, ma questa è un’altra storia. Ci schieriamo in fila ad aspettare in ordine di grado e di età e man mano che le pool si affrontano in kirikaeshi e jigeiko è bello vedere come ognuno abbia il suo kendo, il suo carattere, le sue forze e le sue debolezze, la sua unicità.

L’attesa è spesso uno spazio che si tende a riempire per ridurne l’apparente inutilità. Qui diventa tempo necessario per svuotarsi: tutto intorno diventa ovattato, le urla i colpi le voci il rimbombo dei fumikoni sono suoni filtrati da una bolla sottile e delicata, ma che arrivano addosso, attraversano l’armatura, nel men e si insinuano sotto la pelle come una infiltrazione di energia sottile che piano comincia a circolare nel sangue.

Quando arriva il mio turno sento sotto il do un’accelerazione. Respiro e ascolto il respiro, mando l’aria nell’addome e la ricaccio fuori lentamente. Il men amplifica e concentra il soffio come una ventilazione condizionata.

Tutto è molto rapido. Entro e porto con me, addosso, gli anni (pochi) di pratica, le persone con cui sono arrivato fin qua, le parole, i viaggi, la sofferenza e il divertimento, la gioia dei momenti belli e lo sconforto di quelli difficili. Ma mi sento incredibilmente leggero: sì, è un traguardo importante, ma non così importante quanto tutta la strada che ho fatto per trovarmici di fronte. E quella strada è tutto quello che voglio essere, tutto quello che vorrei venisse giudicato in questi pochi minuti di condensazione. Due kirikaeshi e due jigeiko in cui cerco di dire, prima di tutto a me stesso: ecco, questa è la strada che sono, ed è la versione migliore di me stesso, il wa che riesco ad esprimere qui ed ora. Questo è il mio kendo e non importa se sia un kendo da secondo dan o meno. Importa che sia un po’ meglio di quello di ieri e che abbia ancora qualcosa da aggiungere per quello di domani. Due kirikaeshi e due jigeiko. Tutto qua, tutto il mio pensiero del Kendo in sé, in queste poche azioni.

Torno al mio posto ad aspettare l’esito. Quando qualcuno appende il foglio con i numeri vedo che il 204 non è cancellato. Passo a fare i kata. Ripenso alla pagina 192 del libro di Laura. Non parla di kendo, non parla di esami, parla di vita: kata è come una scalinata di cui ogni gradino è ritenuto importante, in cui ogni passo è considerato fondamentale premessa al successivo. Conosco ogni gradino delle prime sette forme, ogni tanto mi inciampo su qualcuno, non ho ancora la visione chiara di tutta la scala, ma riesco bene o male a starci sopra.

Numero 204 rifammi vedere com’è la guardia Hassō-no-kamae. La rifaccio, passo avanti, non indietro come prima. Proseguiamo.

Per essere la strada bisogna contenere la fretta, tenere a freno l’urgenza di capire tutto, comprendere che solo il tempo lascia depositare le particelle sospese nello spazio liquido fra il kendo di prima e il kendo di dopo. È un lento e costante adagiarsi sul fondo di noi stessi di forma e sostanze che si accumulano e ci modellano dall’interno.

Ma non è un risultato solo mio. Su quel fondo c’è tutto il nostro dojo. In questo secondo Dan c’è un pezzettino di ciascuna delle persone che ogni giorno, per settimane, mesi e anni, è stata disponibile alla pratica insieme e, sicuramente grandissimi e irremovibili pezzi di quelli che sono i nostri Maestri. Ed è ora di tornare, di ricominciare con loro, di riprendere la strada e continuare a modellare la forma tutti insieme. Anche questo è wa, armonia, bellezza.

Esco che è quasi sera. Imposto la destinazione sul navigatore e mi avvio. All’improvviso vedo davanti a me uno spettacolo del tutto nuovo e mi ritrovo, come in una favola di un misterioso illustratore, in una meravigliosa tempesta di petali bianchi e verdi. Non so che fiori siano, non so se sia il periodo giusto, ma mi sento immerso in quella grande magia dell’universo capace di donare poesia quando meno te lo aspetti. Hanafubuki (花吹雪), la chiamerebbero i giapponesi. Una nevicata di petali, una tormenta che carezza l’anima. L’attraverso piano come sospeso altrove. Riprendo la strada verso casa così, fra i pensieri del Kendo in sé e la felicità.

No responses yet

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Vuoi rimanere aggiornato sulle nostre attività?

Iscriviti alle nostre news!




Ultime dal dojo...