La corrente del fiume invernale, riflette la luna sull’acqua trasparente come uno specchio.
(Miyamoto Musashi)
Questa poesia di Musashi, spesso usata per descrivere lo stato di spirito della spada, ben sintetizza il tema centrale che Kenji Tokitsu tratta nel suo libro Il Ki e il senso del combattimento edito da Luni Editrice e tradotto da Giovanni Caviglioni per la Collana Le vie dell’Armonia diretta da Matteo Luteriani.
Un volume tanto breve quanto denso quello di Tokitsu che si interroga attraverso quale atteggiamento la pratica marziale del ‘combattimento’ può (e deve?) essere un metodo di formazione personale.
Ma andiamo per ordine.
Il Budo come qualità morale delle arti marziali.
La parola Budo è formata dai kanji Bu 武 (fermare la lancia) e Do 道 (via).
Budo è quindi il percorso che possiamo fare per mettere pace, quindi fine ai ‘conflitti’ (nel senso più ampio che questo termine possa avere).
Il concetto di Budo è cambiato molto nel tempo e, se nel periodo Edo faceva più che altro riferimento alle tecniche di guerra (Bujutsu 武術) oggi il concetto di ‘via’ in quanto percorso ha sostituito completamente quello di ‘tecnica’ (contenuto nella seconda parte del termine -jutsu 術).
Quando in questo lasso di tempo che è la vita, si associa alle arti marziali, una tensione verso il miglioramento di se stessi… nasce l’idea di Budo.
Secondo Tokitsu, il Kendo è la sola disciplina, fra tutte le arti marziali, dove è ancora preservata – attraverso la pratica del combattimento – l’idea di Budo nel suo senso più pieno: la spada, originariamente destinata ad uccidere, deve diventare, per chi pratica, la “spada che fa vivere l’uomo”.
Il pericolo nei confronti del quale ci mette in guardia lo stesso Tokitsu è quello di pensare che il senso morale della disciplina possa sussistere in maniera indipendente dalla pratica. La particolarità del concetto di Budo, invece, sta proprio nell’idea che l’etica è insita nella qualità tecnica che, a sua volta ci deve arrivare direttamente dalla pratica e dall’allenamento del corpo. Non esiste quindi crescita spirituale senza l’impegno, la dedizione e la fatica fisica.
Il Budo, quindi, è il modo in cui ci impegniamo in una cosa (nel nostro caso nel Kendo) e ricerchiamo in essa quell’efficacia ‘morale’ che ci porta a migliorare gradualmente noi stessi. Perché la ricerca della qualità in ciò che facciamo è strettamente connessa alla ricerca del senso della vita (e questo, ovviamente possiamo estenderlo a qualsiasi attività di cui ci occupiamo).
Ma qual è la chiave attraverso la quale il banale atto fisico di darsi delle botte in testa con delle mazze di bambù può diventare un vero e proprio percorso di crescita attraverso la spada?
La sensazione del Ki
Nel Kendo si entra abbastanza velocemente in contatto con il concetto di Ki 気: ad esempio attraverso il Kiai (気合)- il grido che accompagna ogni azione – o il Ki-Ken-Tai-Ichi (気剣体-致) l’unità di spirito, tecnica e corpo.
Ma forse non sempre si arriva a comprendere appieno il significato di questo termine perché non esiste una vera e propria corrispondenza, non solo nella nostra lingua ma proprio nella nostra cultura. Spesso lo traduciamo quindi con “spirito”, o “energia vitale” ma non è proprio del tutto corretto.
Del resto quella del Ki, sostiene Tokitsu, non è neanche un’idea così astratta come si potrebbe pensare perché altro non è che l’ascolto delle sensazioni corporee attraverso le quali ’sentiamo’ e interagiamo con l’ambiente che ci circonda.
Più riusciamo a prestare attenzione a questa sensazione, quindi più riusciamo ad entrare in relazione con ciò che ci circonda, quasi ‘dissolvendoci’ in esso (del resto il kanji simboleggia il vapore che, dalla pentola di riso – elemento energetico e nutritivo per eccellenza – si diffonde nell’ambiente).
Quindi è qualcosa di più dell’energia vitale: secondo il pensiero giapponese, infatti il ki è un’entità che rende effettive la vita e l’esistenza delle cose dell’universo e quindi è anche in ciò che ci sembra ‘inorganico’ (pietra, vento, pioggia, mare, montagne…).
Per trovare la chiave del Budo, quindi, secondo Tokitsu, è necessario farsi guidare dalla sensazione del Ki attraverso le tecniche ‘fisiche’ del combattimento. E la pratica del Kendo ne è proprio l’esempio: l’esplorazione di questa ‘energia’ attraverso una pratica ‘fisica’ e una crescita progressiva e infinita superando le nostre barriere fisiche e psicologiche, mettendo da parte sempre di più noi stessi e il nostro ego per lasciare spazio a facoltà qualità e sensibilità che sono già presenti in noi ma spesso a livello inconsapevole o latente.
Ma quindi nella pratica, deve essere lo spirito a guidare il corpo, o al contrario prima dobbiamo allenarci fino a quando la pratica non forgerà anche il nostro spirito?
Il Seme e il dualismo giapponese
Per spiegare questa “contrapposizione” Tokitsu ci guida nell’approfondimento del concetto di seme (攻め) che potremmo tradurre come ‘attacco, offensiva’. Ma, attenzione: il seme non è un attacco fisico e nemmeno una ‘finta’ (intesa come movimento che faccia credere che stiamo per fare qualcos’altro). Il seme è una ‘offesa’ alla mente del nostro avversario, un turbamento del suo spirito. E questo avviene proprio per mezzo del nostro ki, attraverso il ‘peso’ del nostro essere lì, in quel momento.
Spesso, soprattutto nei principianti, il seme si concretizza con dei gesti o con delle simulazioni d’attacco. Ad un livello più avanzato si cercherà di far muovere lo spirito dell’avversario addirittura senza effettuare alcun gesto ma solo per mezzo del Ki che emana la nostra personalità (kizeme).
Lo studio del seme costituisce quindi la chiave per comprendere il dualismo mente-corpo perché mette direttamente in opera questi due aspetti che si compenetrano a vicenda.
E il grande insegnamento del seme che possiamo portarci nella vita è che non vinciamo dopo aver colpito, ma colpiamo dopo aver già vinto con il nostro spirito, con la nostra presenza, con la nostra determinazione e la nostra forza interiore.
E questo è ciò che rende il Kendo (in cui la percezione del Ki è maggiore) diverso dalle altre arti marziali dove non essendoci questo ‘spazio di relazione’ fra i due avversari, ci si concentra maggiormente su forza, aggressività, ecc.
Tokitsu sostiene quindi che è nel momento in cui il praticante comincia a capire il ruolo del Ki che la sua pratica comincia a diventare una vera e propria Via e ad avere coscienza di cosa è Budo.
La preoccupazione, quindi, si sposterà progressivamente da una semplice questione di tecnica gestuale verso uno stato mentale, e di conseguenza ad una profonda messa in discussione di sé.
Ma come fare a intercettare il momento giusto in cui la nostra energia deve esplodere e diventare un colpo?
Il Ma come spazio del Ki
Il Ma 間 è un concetto giapponese molto interessante e Tokitsu gli dedica diverse pagine ricordandoci che già Ito Ittosai, fondatore della scuola Itto-ryu (XVI-XVII secolo) ne parlava.
Il Kanji che rappresenta questa idea è molto affascinante ed è utile ai nostri fini comprenderne la composizione: la cornice esterna (門) rappresenta una porta a due battenti (sembra proprio un cancello). L’elemento interno (日), invece rappresenta il sole (o a volte la luna, nelle versioni antiche).
Quindi il significato visivo è: la luce del sole che filtra attraverso la fessura di una porta.
È un’immagine perfetta per descrivere un intervallo o uno spazio: non è un vuoto sterile, ma uno spazio attraverso cui passa qualcosa (la luce, o nel Kendo, l’energia e l’opportunità di colpire).
Ma è importante comprendere che non si tratta solo di uno spazio fisico: è allo stesso tempo anche uno spazio temporale. E quindi è lo spazio del seme – quello fisico che ci separa dal nostro avversario ma anche quello temporale fra il momento in cui ‘entriamo’ e quello in cui colpiamo. Lo spazio nel quale proiettiamo il nostro Ki.
Pratica vs filosofia
Ci sono molti elementi culturali che per i giapponesi sono ‘banali’ perché parte integrante del loro modo di vivere o di porsi davanti alle cose.
Il Kendo (come le altre Arti Marziali) sicuramente necessita di tanta pratica, e questo è ineludibile.
Ma la pratica non si deve limitare al mero esercizio fisico (con il rischio di diventare uno sport come tanti altri) ma deve intercettare tutti quegli altri aspetti altrettanto importanti e ricchi di potenzialità che si possono trovare nel Budo.
Aspetti, per noi occidentali, non sempre così immediati. Per cui vanno in qualche modo spiegati e interiorizzati. Non si tratta di fare della filosofia spicciola o di perdersi in elucubrazioni mentali che sottraggono ‘energia’ e tempo alla pratica, anzi. La questione è dare alla pratica un background più solido che possa rendere l’esperienza del Budo una disciplina corporea e mentale che riesca a contribuire alla nostra crescita personale dentro ma anche fuori dal dojo. E chissà che non possa addirittura concorrere a portare “strumenti” e “atteggiamenti” nuovi al contesto e alla società in cui viviamo.
No responses yet