Un fattore che differenzia in modo decisivo l’arte della guerra orientale da quella occidentale è l’estrema spiritualità che ha sempre contraddistinto la prima.

Tra gli elmi a forma di libellula e le casate di Samurai dai nomi rievocanti le forze della natura vi è il concetto di spada usata come prolungamento del proprio corpo, un modo per connettersi con il prossimo come altrimenti non sarebbe possibile: la spada che con il taglio moltiplica il subente invece di eliminarlo, rendendo il suo sacrificio un beneficio per tutte le altre forme di vita.

Non è quindi un caso che il kendo, che riprende tutti i principi sani dell’uso della spada abbia una componente così spiccata nell’onorazione del senso sociale: maestri da ogni parte d’Italia disposti a farsi centinaia di chilometri insieme ai loro allievi per visitare i dojo dei loro colleghi, allenarsi e mangiare insieme.

Qualche decennio fa il Kendo in Italia era solo un’idea, e poche persone viaggiavano per la penisola alla ricerca dei rari maestri praticanti: è questo il caso di Alessio, che è oggi il nostro insegnante 4° Dan del dojo di Pesaro, allievo di Stefano Betti, 7° Dan, ora stabilitosi a Bologna, ma i due non esitano mai a incontrarsi nelle rispettive sedi ogni qualche mese, ovviamente con noi praticanti a fianco, come abbiamo fatto domenica 25 settembre.

Questa dedizione nel mantenere tesa la connessione tra le spade anche a distanza salda in noi la consapevolezza che per costruire qualcosa di grande e renderlo stabile nel tempo servono atti di dedizione costanti: se porti ogni giorno nella tua vita ciò che serve per proseguire, che sia la strada per l’ottavo dan o quella per raggiungere il tuo amico dall’altra parte d’Italia, anche il più lontano degli obiettivi diventa un viaggio di contemplazione, e in men che non si dica sei arrivato a destinazione.

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